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Abbiamo avuto modo di riflettere e sperimentare come attraversare al meglio le nostre difficoltà (“Impariamo a stare (anche) nella tempesta”, maggio 2026) quindi ora possiamo procedere lungo questo cammino, provando a indossare altri panni, cercando di capire se e come possiamo stare accanto alle persone che fanno parte della nostra vita e che si trovano ad affrontare un periodo complicato. Come ben sappiamo, e vale per tutti, nell’arco della nostra esistenza, è difficile sottrarsi a eventi che causano sofferenza, come un lutto, un fallimento, un dolore, una malattia, una perdita o un improvviso cambiamento, tutte circostanze che ci toccano nel profondo. Ma ci siamo mai fermati per darci il tempo di chiederci se c’è un modo davvero utile per sostenere chi sta male e aiutarlo a lasciarsi alle spalle la sua sofferenza?
Porta lo sguardo su di te: qual è il tuo ruolo?
Ripensa alle tue esperienze e agli eventi complessi che hanno coinvolto persone vicino a te… Quali pensieri si sono affacciati in te? Quali emozioni? Come hai agito? O avresti voluto agire? Cosa hai detto, o dici di solito? E se dovessi scegliere un’immagine, come ti vedi? Ti percepisci come uno scudo protettivo? Ti trovi accanto a chi soffre e la tieni per mano? Siete avvolti in un abbraccio? Sei seduta, in piedi o in movimento? E com’è il tuo sguardo: su di lei, oltre lei, rivolto alle sue spalle o verso l’orizzonte?
Gli elementi in campo
1. SÌ ALL’EMPATIA, NO AL COINVOLGIMENTO TOTALE
Il primo passo e, forse, il più delicato da fare tuo è questo: essere ben consapevole che ciò che sta accadendo all’altro riguarda lui (o lei), e non te. Non è roba tua. Certo, tu le vuoi bene, o empatizzi con lei, senti le sue emozioni e la sua sofferenza e, magari, ti immedesimi perché hai vissuto situazioni simili, ma è la sua vita, e non la tua. E, quindi, cosa fare e come muoversi dipende solo ed esclusivamente da lei. Tu, puoi solo cercare il modo per riconoscere ciò che le serve e di cui ha bisogno.
2. OCCORRE RISPETTO
La seconda imprescindibile componente è il rispetto: dei modi, dei tempi, dei pensieri e degli stati d’animo dell’altro. Non ci sono mosse giuste o sbagliate. Non ci sono opinioni da esprimere né giudizi da dare. Nel post precedente, hai fatto l’esercizio di dare forma alla tua tempesta. Adesso, se lo desideri, prova a riconoscere quella dell’altro. E allora chiediti:
“Com’è la sua tempesta?” Prenditi il tempo che ti serve per capire di cosa si tratta e quali caratteristiche ha l’evento doloroso e che impatto ha su di te. Come risuona in te? Cosa ti evoca? Come si presenta? Che forma e che aspetto ha? Qual è la sua forza? Cosa porta con sé? Cosa lascia sul terreno? Quanto dura? Torna?
Ti accorgerai, ben presto, che ognuno attraversa la propria tempesta, motivo per cui non puoi sapere tu cosa è meglio per la tua amica, il partner o un collega anche se pensi di conoscerlo bene, o addirittura benissimo. Nessuno è più competente di chi è direttamente coinvolto e sta vivendo la sua storia. Tu puoi offrire un altro sguardo, un diverso punto di vista che proprio nel tuo essere fuori dall’occhio del ciclone rappresenta uno spiraglio di luce. Non dimenticarlo.
3. OFFRI ASCOLTO E ATTENZIONE
La prima reazione, la più immediata e per questo molto comune, è provare a risolvere la situazione, eliminare la sofferenza, impegnarsi perché tutto torni come prima: chiediamo, interveniamo, diamo consigli, esprimiamo pareri. L’azione alternativa, decisamente opposta e contraria, è paralizzarci, evitare la persona o di toccare la questione, minimizzare o allontanarci. Due modi naturali, e comprensibili, di reagire agli eventi, ma raramente utili e davvero efficaci. Come evidenziato, l’altro deve attraversare la sua tempesta che ha un suo corso da fare mentre tu, ancora una volta, devi imparare a… so-stare. E questo ti porta al prossimo punto…
Coltiva la tolleranza alla sofferenza, alla frustrazione e all’impotenza
Una delle cose più difficili emotivamente è accettare il tuo stato d’animo che, il più delle volte, parla di impotenza e frustrazione che ti costringono a fare i conti con il fatto che non puoi aggiustare le cose, che non puoi né sistemare tutto né (ri)mettere ordine, che non tutto dipende da te, ma soprattutto che l’altro non reagisce e non si comporta come faresti tu. Non ti chiama e non ti racconta tutto nei dettagli? Hai l’impressione che non si dia abbastanza da fare per uscire dall’impasse? Non accetta i tuoi consigli? Niente di questo è davvero importante.
Le parole giuste e più efficaci sono: “Io ci sono, se vuoi. Di cosa hai bisogno? Cosa posso fare per te?”. Tutte espressioni che allentano l’ansia e danno modo all’altro di chiarire a se stesso cosa gli serve davvero e a te di essere con lui per come serve, qualsiasi ruolo tu abbia nella sua vita.
L’alibi da eliminare: “Non chiedo per non disturbare”
Questa è un’altra posizione molto diffusa e interessante. Sei a conoscenza del fatto che qualcuno a cui tieni, per i motivi più vari, non sta bene e tu ti metti in una posizione di attesa. Non in un’attesa costruttiva che come abbiamo visto dà alla persona colpita il tempo di elaborare la situazione, ma di un’attesa che parla di sottrazione, di passi indietro, di un (finto) interesse. Se vuoi sapere chiedi, con delicatezza, ma chiedi. Come detto, è l’altro che decide come e quanto aprirsi e condividere. Certo è che se non ti presenti o non ti fai sentire non significa che lo stai lasciando tranquillo, ma solo.
Qualche spunto di riflessione
Prova a pensare alle tempeste altrui che hai attraversato…
Com’è il tuo cielo quando ti ci trovi dentro?
Come ti sei sentito? E quali pensieri si fanno strada?
E da, oggi, quali azioni nuove puoi compiere?
Se lo desideri scrivimi per raccontarmi come ti senti e, se hai sperimentato i miei suggerimenti, per farmi sapere com’è andata.

